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Viaggio ad Acciaroli fra cenni storici e poesia

16032015 acciaroli antica con chiesa e torre
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Pubblicato il 16/03/2015

Nella terra dei tristi la borgata che vogliamo raccontare, guarda il Tirreno e nella subregione cilentana, fra Paestum e Velia, vuole protendersi, come lingua d’oro, nel limpido mare. Ha sentito di Parmenide e Zenone, poi della Provincia Lucania, voluta dai Romani; coi monaci benedettini ha scongiurato la miseria e il suo mare e la sua terra hanno dato frutti rigogliosi. E’ la marina dei Normanni subentrati ai Longobardi. E’ la marina dei Baroni e delle congiure. E’ la marina della pena: ha visto la terra dei tristi in feudi amministrati dagli Spagnoli; ha raccolto, alla risacca, il lamento dei contadini costretti alle imposte e al grido di miseria. E non bastò il tormento! La borgata udì, dal suo Bastione, lamento e morte col tirannico governo Borbonico. Sentì esplosioni di rivolta quando appena nato era l’Ottocento. Accolse, con sollievo, la morte del feudalesimo, condannato da Giuseppe Napoleone. Vide, ad un tiro di canna, fiorire prime scuole popolari. E finalmente la marina si ridestò! Fu vita il rumore della rivoluzione. Ideali Europei penetrarono i cuori e i tristi insorsero contro i Borbone. E insorsero ancora, sempre; nel 1828 col canonico De Luca e coi fratelli Capozzoli; nel 1848 con Francescantonio Mazziotti e Costabile Carducci. Mirò lieta la marina il cielo e l’orizzonte quando, Ferdinando II, fu costretto a concedere la Costituzione. E vide poi, in un meriggio, nel suo mare, l’ardua impresa dei garibaldini; offrì a Dumas e al Muratori l’esperidio fresco e zuccherino. E qui, per il sollievo del salernitano, giunse l’Emma. Porta ancora segni delle gesta di Pisacane l’azzurro mare della borgata e nei vicoli neri ancora riecheggia l’urlo gioioso dei patrioti che da Ponza a Sapri fecero approdo. Questa è la marina, la marina di chi ama il mare; di quanti vedono nei suoi abissi, il proprio cuore; questa è la marina fatta, nella sua storia, pezzo, pezzo, come il Cilento intero; questa è la marina di miseria, aborrita grandemente dallo sviluppo. La stessa e le borgate, sue sorelle, non mutarono con l’Unità d?Italia. E’ dall’Unità che si trascina penosa la questione Mezzogiorno. Oggi, Acciaroli, nella perdente sera, conta il tributo del Cilento, quello pagato dagli uomini di mare e di montagna e non trova, secondo il riesame analitico degli eventi, anche oltre la II Guerra, risultati di favore, ma spopolamento fino ad un trentennio e, prima, timido sviluppo turistico, poi, almeno fino ad oggi, esclusiva massificazione balneare. Quest’ultima, sicuramente ed esplicitamente orientata al soddisfacimento economico, è distante dalla garanzia della qualità di vita. Acciaroli, è parte minima nella dimensione della geografia e della comunicazione e porta alla luce, comunque, la stessa identità culturale del Cilento e quell’idea di un’esistenza in medesima affinità con la stessa territorialità generatrice.


Il depliant più recente del paese, porta la firma dell’Associazione Turistica Pro Loco e apre al curioso turista un peculiare, se pure essenziale, discorso promozionale connesso alle bontà naturali del posto come le acque cristalline, l’ambiente incontaminato, la magica atmosfera. Al turista viene proposta questa cartolina: “E’ un lembo di terra che si specchia nel limpido mare del Cilento le cui acque di colore azzurro e verde smeraldo sono state classificate tra le più pulite d’Europa. La lunghissima spiaggia permette piacevoli passeggiate, cure elioterapiche, sabbiature, e – data la purezza dell’ambiente – , è presente nel periodo di fioritura il raro giglio marino. Tratti di costa rocciosa si alternano nel paesaggio. Sono da consigliarsi le escursioni interne con visite nei centri rurali e alla scoperta di boschi e luoghi incantevoli. Si ritrovano ancora oggi alimenti, prodotti e manufatti lavorati come secoli fa, sempre allo stesso modo, sempre con gli stessi componenti. Acciaroli è costellata alle sue spalle da numerosi paesi medioevali, in cui è possibile ritrovarsi come per incanto in stradine percorribili solo a piedi dove i secolari palazzi in pietra cilentana si lambiscono in una cornice di architetture semplici e balconi fioriti, complice un’aria profumata da baci, lo smog è solo un cattivo ricordo. In questi centri sono numerose le testimonianze storico-artistiche e a tal propo-sito, finendo all’archeologia, vi rammentiamo che non sono lontani gli scavi di Velia”.

Nelle Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, il sacerdote di Pollica, Giuseppe Volpe, nel lontano 1888, nell’edizione romana del suo lavoro, ebbe a dire di Acciaroli: “Sulla sinistra cam-minando, dopo qualche tratto, trovasi la marina di Acciarolo, prima Lacciarolo. Ne remoti tempi non era questa molto sicura; come Pietro della Valle riferisce nei suoi viaggi. Viene formata da una lingua di terra, che inoltrasi nel mare, sulla quale varie abitazioni si trovano. Vi sono ancora varie barche, e da traffico, e da pesca: gran quantità di alici vi si trovano, che salate in Salerno si portano, ed in Vietri, e altrove. Si fanno ancora su quella spiaggia degli eccellenti vini, specialmente di uva detta vernaccia, onde prendono essi il nome. Rendono questa marina sicura dall’incursione de pirati un forte bastione, atto a sostenere qualunque assalto, e varie torri, che avrebbero bisogno di riattazione. Alla destra di tal bastione eravi prima un monastero, sotto il titolo di S. Maria del Carmine, posto su grossi scogli, ed al mare vicino sì, che quei Padri dalle rispettive lor celle facean la pesca cogli ami. La Chiesa almeno, che v’era, avria bisogno di esser riattata, offrendo non piccol comodo a vicini abitanti. Laria di questo luogo è ottima. Vi sono fertili terreni, e frutti saporosi. Oltre di ciò, pesci delicati nel vicino mare si trovano abbondantemente”.

Pietro Ebner, interessandosi anche di Acciaroli, nella preziosa pubblicazione Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, apre la trattazione presentando così la ridente borgata marinara: “L’abitato si sviluppa lungo il lido, su una piccola scogliera che si protende nel mare, formando una pittoresca insenatura verso levante; la battigia sabbiosa, anche se breve, ha offerto sin dai tempi antichi, un piccolo ma buon approdo”.

Amedeo La Greca, attento e appassionato studioso della realtà cilentana, in Racconto storico fotografico di Pioppi e Acciaroli, così, invece, mira a guidare il forestiero verso l’ameno lido: “Per chi viene da Salerno, seguendo la strada statale costiera, superate le bellissime colline delle Ripe Rosse che fanno da corona alla mitica Licosa, giunge in vista di una piccola lingua di terra adagiata sul mare ove sorge la Marina dell’Azzarùlo, come con terminologia che riecheggia l’antico toponimo, è ancora detto in dialetto l’abitato di Acciaroli. Il profumo del rosmarino, misto a quello della salsedine che la brezza porta dal mare, ci immette in un ambiente dal sapore antico. Acciaroli è assurta negli ultimi anni a notorietà turistica internazionale in quanto è riuscita a conservare al fianco al giusto sviluppo, un aspetto di borgo marinaro”.

E ancora, a seguito di un breve soggiorno, di un giornalista americano, John F. Rule, tanto rileviamo: “Ho respirato il profumo della salsedine, mi son crogiolato al sole i piedi immersi nell’acqua della battigia, ho gustato i sapori d’una cucina antica, ho vissuto semplici ma suggestive passeggiate fra i vicoli del paese, ho pregato in quelle minuscole chiese, ho dialogato con la gente, ho ascoltato i canti delle congreghe, mi sono addormentato a sera con negli occhi il luccichio delle lampare e delle flebili luci dei balconi palpitanti fra le ombre dei tetti, mi sono risvegliato al suono della campana. Ho portato con me nella frenetica città il gusto delle piccole cose per poter ancora sognare”.

Una ulteriore immagine della marina: “Deserte spiagge ingoiate da violento mare, inferno di solitudine e isolamento, muraglie d’alghe putrefatte, continuo, instancabile procedere verso battuta d’onda alla scogliera per riempire giorni giovani, vogliosi di silenzio. Pensiero a pensiero si alterna in quest’aria senza opzione. Pavidi appaiono, nella pausa breve, marinai accorti a cianciòle e gozzi nella burrasca sempre più rabbiosa, come similmente paventoso resta chi solo osserva. Il mare si accasa improvviso, sconvolge, muta, distrugge. Questo sartiare nell’avvento notturno su lingue di terra ora sassose, ora di rena, è antico fare nel restio mutare di tempesta. Oltre poderale che porta e muore alla darsena, dalla rurale dimora, flebile luce di lanterna in coma e disperate grida di fantasmi si perdono nel furioso vento. Lastra di casa svela occhi curiosi e tanti appaiono a nicchiare perduti nel proprio. Volano, al vento sfrenato, contate tonache, verso chiesa di mare. Il paese si raccoglie ancora più minuto, vegliando sciagura, nella gravidanza del giorno. E farsi vuole più secco, più freddo questo maestrale, ancora padrone in ogni largura, senza voglia di lascare, mentre nessuna drittura risolve e gelo scende nell’anima (Da “Il canto dei poveri” di LA GRECA ROMANO Emilio)

raccolta foto acciaroli


Tranquilla e frequentata stazione balneare negli ultimi anni è stato uno dei centri che ha maggiormente vissuto l’espansione turistica ed edilizia. Ha mantenuto, comunque, intatte le caratteristiche di borgo marinaro raccolto e pittoresco. Vi soggiornò ripetutamente Ernest Hemingway, il famoso scrittore americano. Il porto di Acciaroli è uno dei maggiori del Cilento e vi trovano rifugio le cianciòle dei pescatori anche dei paesi vicini. Presenta una spiaggia lunga e larga da un lato, mentre dalla parte opposta si trovano scogliere. Questo centro è oggi dotato di tutte le attrezzature turistiche necessarie: alberghi, campeggi, cinema, ecc.. Acciaroli appare antico, piccolo borgo marinaro e, nuovo, affollato centro turistico-balneare. Nel pittoresco quadro costiero, a Sud di Salerno, occupa da sempre una posizione ricercata e di rilievo.

E’ un ridente paesello di umili pescatori che si scorge tra calanche e verdi distese nel Cilento, aperto ad apriche spaziature solari.
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Questa suggestiva e pittoresca località è una piccola frazione del Comune di Pollica, compresa nella bellezza superba del territorio della Comunità Montana “Alento- Montestella” e, come altre innumerevoli e caratteristiche borgate, s’incastona, anche nel novello mosaico protezionistico del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano.

L’approdo, distante quaranta chilometri dalla ricercata Paestum, sin da tempi remoti, rappresenta un punto importante per diversi uomini di mare, di grosso riparo per le imbarcazioni dalle tempeste e specialmente dalle insidie del violento Ponente. La configurazione del territorio e le opportune condizioni naturali fanno del borgo marinaro un sicuro riparo e custode di numerose e grosse barche da pesca e da traffico sin dal lontano passato.

Volgendo lo sguardo indietro nel tempo ecco il quadro dell’abitato come emerge in “Gente di giorni perduti”. Uomini e paese ecco come apparivano fino a qualche tempo fa e come, solo in parte, si rivelano oggi: “…Gli uomini di questo lido sono poi come retta linea meridiana. Si fanno la vita con fatica e sudore. L’onestà che hanno è fulgida luce di meridie. Hanno pensiero antico e raramente stanno all’ombra nelle calde ore del meriggiare. Vivono il mare, lo conoscono passo passo, ne sanno l’umore e passionalmente l’adorano e baciano, si danno alle acque marine in mille carezze come amante. Ai merluzzi, nel sole meridionale, quasi sempre cocente e generoso, passano ore antimeridiane e nella sera si offrono al tiraggio di reti, nella statica nottata, invece, vanno a fare un paese sull’acqua con felici e graziose lampare mentre si allumano scogliere e fondali con la luna. Questi uomini, tinti dal sole, ridono poco al forestiero, sono schivi e hanno facce rugose, gli occhi sconfinati e senza tempo aperti al mare, alle sequenze delle ore climatiche. Vanno fieri e orgogliosi per vicoli poveri e nel cuore portano una poesia muta. Masticano tabacco e sanno poco di scuola, ma hanno ricchezze superiori perché amanti di storia quotidiana e natura. Stanno nei crepuscoli con gesta di forza e arguzia, come un rito, si crociano prima di prendere il largo. Fissano vele ad alberi e pennoni, le danno al vento, oltre suono d’ora sesta, nello sconfinato mare amico, in lontananza dalla minuta villa, ove, impari è la lotta con il fato, si scoprono in corale sforzo di sopravvivenza. Vanno tanti maschi col vento a favore alla ridente Salerno per fornir l’olio e i fichi del Cilento, fino a Castellammare portano la sansa, tornano sfiniti per le loro mogli con mercanzia primaria. Le sporte abbondano di farina, pasta, zucchero e cemento. Tornano traìni alla battigia e lanterne in moto segnano la via, arrivano oltre le colline del litorale, si fermano e muoiono nei paesi dell’abbandono. E le femmine si graziano in fatiche di casa, sgranellando corone vanno alle Messe, si consumano nelle lunghe attese. E liete si colmano di salsedine e odore marino. Quando è tempo di festa si danno ai forni e fanno meraviglie. Cantano, nelle religiose sere alla Vergine dell’annuncio e del dolore; si caricano di cénte votive e coi loro maschi portano nell’aria dell’approdo santi di cartapesta. Tante pie donne si fanno nicchie mariane sulle facciate corrose di casa, vestono scapolari e si perdono nelle nuvole d’incenso a suppliche e orazioni. I cuori s’ingrossano d’amore e gli occhi si bagnano di commozione. E’ gente semplice qui, senza etichette e pretese, conosce la misura e si vuol bene. E nel profumo di salsedine, trascinato dalla brezza in ogni spaziatura, questi villani stanno a scoprire il corso delle antiche tradizioni, le perdute girate di vita, spolverano consumate immagini, scavano nella storia. Le albe, con il sole che ride e la frescura degli orti vivi, si fanno d’allegrezza e fanciulle si menano a capofitto nell’opera della dote. Amanti si cercano con pentagramma di serenate e presto si fanno felici matrimoni. I figli che vengono sono angeli poveri che si menano felici ai giuochi di natura, hanno fantasia e arguzia e si ingegnano in mille e mille distrazioni. Questi hanno raggi solari nell’animo e coi nonni alla rammendatura delle reti rincorrono sequenze di racconti d’avventura dove il bene, alla fine, vince il male. E poi vanno alla palmata di rispettato maestro che orienta al sillabario e maledice zuffe. E’ così che si vive, senza sregolatezze, con la misura, nell’apertura al bisogno dell’altro, come famiglia, senza servi, né padroni e con il sole in abbondanza in sodalizio con il mare fra vergini calanche e limpide ondate. Le giornate addivengono lineari, spianate, amalgamate di cielo e mare e di respiro di natura. La fatica ha sua cadenza, è sopportata per la sopravvivenza. La vita stessa è figlia di sacrificio e spesso è tollerata. I canti delle innamorate rallegrano le foci torrentizie e le scogliere del sale marinello, mentre, a brevi distanze da queste, la battigia sabbiosa si allieta di bagnanti. La fissità del tempo è di casa ad Acciaroli, si vuole la scoperta del suo passato e disegnare suoi valori. E vedi poi d’improvviso, con spaziature salutari e liete della vista, la vecchia chiesa Sancta Maria, al respiro d’orizzonte, a galla da millenni per miracolo, aperta ai marosi che a note di giubilo corre sulla linea del suo calendario e ora canta Nascita e ora canta Passione. E la Confraternita laica, col crocifisso antico e muto, nella brezza di mare, spaziando per vicoli e dividendo l’aria, per litorale d’alghe morte e scogliere consumate e “lippose”, eleva tristi canti. La Confraternita ha vesti bianche e protendono cordonate con fiocchi d’azzurro, s’incappuccia con bianchi drappi, si arricchisce di mozzetti celestiali in ornamento di frange. Sono figli di Dio che piangono la morte del Salvatore. E la marina, a quest’ora dell’anno, nel Venerdì di morte, annerisce lastra di suo cielo, toglie copri-capo ai maschi, annoda veli di lutto alle pie donne. L’approdo nel grigiore della morte spegne la sua face. Le anime purganti muovono nella notte peccato pesante e piangono con canto di dolore tra lingue arse di paese senza fiato. La darsena cerca poi alba nuova, alba di Pasqua e vanno passi ai rari forni, femmine recano delizie alle tavole della Risurrezione. Più avanti il paesello si colora di ginestre odorose che a grappoli stanno nell’aria del quadro vivente a rallegrare. Si ripete lieto il tempo alla marina, altro mattino obbliga al farsi rilucente del paese, oltre parole lente, senza fiato, oltre dimore sole e piazza morta di pensiero verso Pasquarosa. In un altro giorno non si trafficano mercanzie, ma si fa la pesca a strascico con le barche ngoppaviénto e sottaviento, con ballaccòne, mezza vela e vatticùlo; alle menàite, crociati i padri vanno pure, e alle paranze e alle lampare.

raccolta foto acciaroli


Le sacche ancora, dopo ore d’infinito strascico, grasse di pescato, si aprono e riempiono gli occhi di mille meraviglie marine. E prima che la vita non ferisca a morte, i cuori dei poveri rubano il sole maturo e portano stanche ossa nei buchi di paese ove corre inesorabile il tempo che precipita nelle spaziature delle sere, sempre più ridotte di respiro, poco aperte alle parole, spalancate alle pesanti chiusure delle prossime notti, alle scarse stelle, alle misere carezze. E le albe si fanno ancora, rivisitano fatiche, le forze per la sopravvivenza, gli occhi, dilatati al mare, come finestre di solitarie stanze.

Qui il tempo ferisce l’età e muta l’uomo, riveste l’animo di antico, attenua persino le grida paurose della morte. E forse, talvolta, è qui l’esilio dalla vita; è forse qui, per altri, morte vivendo. E’ però, sempre qui, abitanza di sicura lotta che non sposa schiavitù. E’ certo candore nel perimetro del silenzio; è bellezza di stare perché l’anima di mare possiede e mimetizza, ti fa natura. E nel piratico Tirreno tornano i ricordi che ingrassano cuori, distanziano dal nuovo, fanno del pensiero un gigante minaccioso; il passato riprende il respiro, segreta bizzeffe di avventure, in questa apparente bonaccia e ti fa storia nella storia.

Il mare è così, frequente addiviene una festa di fatica che raccoglie canzoni di cuore. Il mare è così sola speranza che si apre agli occhi chiusi. E tornano, senza tregua, a spianarsi giornate e le sere mature pretendono manciate, scorrono animate con voci di trainàri, con la musica bizzarra di parole concertate all’ ombra del campanile e la stanchezza si raccoglie nel breve riso degli innamorati, trova sollievo nel bicchiere di locanda. Poi lenti, come tartarughe in agonia, vanno freschi cadaveri di fragaglia e odorose sacche di farina, allumandosi con lanterne fra case bianche votate al segmentarsi in fenditura di nottata”. (Da “Il canto dei poveri” di LA GRECA ROMANO Emilio)

La pesca era esercitata con tre tipi di imbarcazioni che prendevano il nome dal tipo di rete: la parànza, la menàita e la lampàra. La prima, usata per la pesca a strascico, era formata da due barche grandi, una detta ngoppaviénto, cioè che navigava leggermente in avanti per non togliere il vento all’altra, detta sottaviénto. Ciascuna imbarcazione aveva quattro uomini di equipaggio ed era fornita di una vela principale, detta ballaccòne; sullo stesso albero, quando c?era poco vento, veniva issata lateralmente una mezza-vela, spiegata verso il largo ed un?altra spiegata verso terra, detta vatticùlo. La battuta di pesca durava di solito alcuni giorni; parte del pesce veniva messo sotto sale appena pescato, specialmente le trigliette; parte, invece, venduto sulla spiaggia dove si approdava. La menàita, prende il nome dalla rete a piccole maglie usata da imbarcazioni di media grandezza per la pesca delle sardine e delle alici, la maggior parte del pesce veniva salato a bordo, appena pescato.

Ciascuna famiglia, a tale scopo, forniva i vasetti di terracotta smaltata e li ritirava al ritorno già ripieni. Infine la pesca con la lampàra, anche questa una rete che dava il nome alla barca, fornita di un grosso lume, alimentato a carburo, che attirava i pesci sotto la luce e collocava a semicerchio una rete per la pesca di ogni tipo di pesci piccoli. Negli anni Trenta ad Acciaroli vi erano tre barche da traffico di proprietà di Pietro Amendola, Beniamino La Greca e Giuseppe Saggiomo; vi erano poi quattro parànze di proprietà di Giuseppe Di Rienzo, Adelfo Fedullo, Giuseppe La Greca e Giovanni Ripoli; sette menàite e numerose lampàre. Spesso le parànze venivano sdoppiate e le due barche usate per il piccolo traffico locale. Va comunque notato che i sistemi di pesca usati fino all’immediato secondo dopoguerra, erano quelli antichissimi, conosciuti fin dal Medioevo”



La bella marina del Cilento affonda le sue radici in un lontano e affascinante passato, si veste di una ricca storia scandita dal tempo della ferialità e della dura e onesta fatica. Spolverando in lungo e in largo corrose pagine di storia sovvengono, se pure limitate, notizie interessanti circa l?ameno posto marinaro. Le note della storia ufficiale si concentrano intorno al XII secolo e guidano per mano alla scoperta delle origini e della vita del centro. La prima documentazione è datata 1165, la seconda 1169, la terza 1187. Le prime due, pur mostrandosi in stretta successione cronologica rispetto alla terza, vogliono porsi in antitesi poiché mirano ad orientare intorno ad un contratto (la prima) e intorno alla caratteristica specifica della territorialità (la seconda). Al 1165 in sostanza si connota la più antica fra le notizie storiche ed emerge, come per l?appunto, da un contratto assoggettato a stipula nel territorio del monastero di San Magno (oggi San Mango Cilento) fra un certo Nicola, soprannominato Scoldasio, originario di Cannicchio e l'abate del suddetto monastero, ovvero il Signor Sebastiano. A Nicola veniva concesso un prestito di 40 tarì con ipoteca sulla sua peciam de terra qui est in loco ubi dicitur laczarulo (appezzamento di terra che si trova nel villaggio di Laczarulo). L’analisi attenta di questo primo documento, sulla linea di quanto opportunamente dichiarato da Amedeo La Greca, conduce alla formulazione di qualche non trascurabile verità: Anzitutto il fatto che un abitante di Cannicchio possedeva terre ad Acciaroli: infatti questa località sarà sempre pertinenza di quel feudo; compaiono poi due termini che sono rimasti immutati nel dialetto: peciam, cioè appezzamento, che ricorre nella dizione dialettale di pezza, con identico significato; e laczarulo, Lazzarùlo, che è il termine dialettale con cui Acciaroli è tutt'ora denominata dagli abitanti del posto e da quelli delle colline vicine”

Altro non trascurabile documento, a soli quattro anni di differenza dalla stesura rispetto al primo, è quello del 1169 volto, come accennato, ad offrire l'esplicita lettura del termine con cui la popolazione ancora oggi indica la località, nonché la caratteristica fisica e l'appartenenza giuridica di un tempo. Lo stesso La Greca, poggiandosi all'Abbignente, rileva una preziosa nota circa il contenuto della seconda notizia storica: "Un certo Matteo, detto Balauro, di Cannicchio, possedeva terreni alberati in pertinentiis Cilenti, ubi plano de laczarulo dicitur (in pertinenza di Cilento, nel luogo detto piano di Lazzarùlo). Coi termini piano di Acciaroli, infatti, si indica la breve pianura che si stende tra l'abitato e le Serre a Mare, le colline che lo chiudono da Nord-Est; mentre l'altra indicazione ci precisa che esso era nelle pertinenze di Cilento, cioè legato giuridicamente al centro fortificato di tal nome che sorgeva sul Monte della Stella e destinato al servizio di quel feudatario".

Di peculiare interesse, comunque, appare per il nostro sito l'argomentazione storica inerente la definizione di un diploma datato, come suddetto, 1187. L'attenzione che si viene a porre nel documento in questione interessa la delimitazione territoriale tra un feudatario del territorio cilentano, Guglielmo Sanseverino e l'abate della badia di Cava, Benincasa. In aggiunta alla specifica questione dei tenimenti si rileva, a seguito di un'attenta lettura, ulteriore ricchezza di notizie: la delimitazione dell'area di pertinenza della chiesa di San Primo, che si protende fino in prossimità della struttura religiosa di Sancta Maria de laczarulo.

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