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Acciaroli: rinascita del XVIII secolo, porto, imbarcazioni, commercio, viaggiatori e primi bagnanti

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Credits Foto Veronica La Greca
Pubblicato il 18/03/2015

La marina di “Laczarulo” si ripopola. Dalla seconda metà del XVIII secolo, Acciaroli, in sintonia alla crescita demografica nazionale, se pure in modo limitatissimo, proporzionato all’abitato stesso, cominciava a popolarsi. Nella penisola da tempi remoti e fino alla fine del Seicento, parallelamente crescita e diminuzione di abitanti erano connessi a due fenomeni: un alto tasso di natalità e un alto tasso di mortalità. Questo si verificò quasi certamente, nelle dovute proporzioni, anche nel Cilento e pertanto interessò inevitabilmente il nostro approdo. “Nel 1761 troviamo che nella sola casa dei Tipaldo, vi abitavano ben venti persone, tutte parenti fra loro; vi dimoravano anche come “famuli”, cioè “servi”, Gioacchino della Greca con la moglie Fortunata Zagarino e la famiglia di Domenico Orlando. Alle Taverne, invece, oltre alle tre vedove e al doganiere, era andato ad abitarvi anche un certo Felice Pisano, di Pollica, con la sua famiglia. Da quest’epoca la marina di Acciaroli cominciava a popolarsi a pieno ritmo, soprattutto perché le terre della breve pianura, messe a coltura, producevano generosi vini e abbondante frutta”.

La crescita demografica, dopo la prima metà del Settecento, si manifestò parallelamente allo sviluppo dell’agricoltura. I riflessi sbiaditi di fenomeni sociali nazionali (e non solo) di questo tipo interessarono, se pure in maniera limitata rispetto al Nord, anche l’area del Sud della penisola. Non si caratterizzò il Cilento, comunque, in termini di vera e propria innovazione tecnico-agricola; elemento questo del tecnicismo che determinò il dinamismo dell’agricoltura in Italia settentrionale. La bontà della terra cilentana e la varietà dei suoi prodotti, comunque, se pure ancora frutto di sudore e fatica, fecero altamente parlare del Cilento e della stessa “Lazzarulo”. Sollecitò ancora, in quegli anni, proprio la preziosità produttiva, un attento studioso e cronista come l’Antonini a scrivere quanto segue nei suoi “Discorsi sulla Lucania” in riferimento ai vini delicatissimi nei terreni vicini al mare. Il piacevole e saporoso richiamo dell’ Antonini, lo storico viaggiatore, risulta di vera opportunità per poter meglio dire del luogo, nonché della grandezza della bontà climatica e produttiva: “Tutti i circostanti villaggi producono vini delicatissimi, ma nei terreni vicini al mare, specialmente né Lacciaroli, e luoghi accosti, sono potenti e generosi quanto quelli di Spagna. Chiamansi comunemente quelli vini vernaccie, dall’uva bianca di cotal nome, onde si fanno. Adesso vi sono introdotte ancor le viti per l’uve passe, dette zibibi, che non cedono in bontade a quelle di Calabria. All’abbondanza delle già dette cose, si aggiunge quella delle pere, mele, albicocche, dell’aglio, della cacciagione, e della pescagione, la maggior parte della quale fresca è portata a Napoli.. Il mare d’intorno è pescosissimo, e nel suo tempo abbondante pesca di sarde, ed altri vi si fa, oltre dè tonni, ed altri squisiti pesci, dè quali quantità grande in Napoli è portata”.

Vogliamo ora, per diletto del nostro fruitore, proporre la prosa “Vigne indorano agreste spaziatura”, colorata e saporosa come i buoni vini di “Lacciaroli”:

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“Chiavaccio partorisce, senza scialo, luce alla volta e farsi è primale di tini, botti, barili in polveroso legno; farsi è primale di chiusura senza respiro mentre l’aria nuova viene sverginando tugurio dal passato odore di vinaccia. Buco rurale si appronta a pigiatura di amabile vitigno. Alzata di giorno, in ora di fuoco, altrove sorprende improvviso stare degli occhi. Si apre cielo spianato, liscio, in azzurro totale; immensità di tavolozza, senza contrasto di nube, sposa terra e mare. Si fanno, oltre respiro di mavi, forme e colori alla lucente lastra, si muovono riflesse fatiche campestri e faccia di natura in carezzevole ventata. Ora è scoperta finestra muta come ludico teatro. E, finite spaziature note, il vero di Licosa viene a rimostrarsi senza velo. Felici colori della vite stanno ridenti al mezzogiorno. Antiche uve zibibi, in gran copia, a Partenope sgorgavano tingendo imbiancate tovaglie e ubriacando stanze signorili. Damascina saporosa, parimenti gradevole al palato in abbondanza rara diviene. E vanno musicali le vigne, felice pentagramma al sole settembrino, nelle apriche vallate cilentane. Le uve hanno grossezza di pigne e acini duri, appaiono vere note, collane perlate e zuccherine, preziosi chicchi succosi di vita, ridente fanciulla al primo canto del giovanile sole. E poi musica agreste, verso sera stanca, scopre senza paura le parole, bellezza nuda, di fuggente velatura, pulita; scopre pensiero senza scorza e core in allegrezza. Le vigne graffiano lastra di cielo, asciugano con la notte dolci chicchi e in docile divenire di giorno maturo macchiano solitarie spaziature, addolciscono aria. Vini ameni, più delle vernacce, ubriacano crepuscolo e cuore di maschi, fanno saporose attese ore di vendemmia. Vigne indorano agreste spaziatura, vanno in dolce danza a dimenarsi, contano innamorati canti nell’apertura solare settembrina, annidano amanti con gioiose note” (Da “Il canto dei poveri” di LA GRECA ROMANO Emilio).

foto storiche acciaroli

Se, diversi secoli prima gli acciarolesi si trasferirono nei centri abitati interni per trovare riparo dalle incursioni saracene, nella seconda metà del Settecento, si registrò il fenomeno opposto: diversi nuclei familiari acquistarono appezzamenti di terreno in prossimità della costa di Acciaroli e vi fissarono la loro dimora. “La relativa tranquillità sulle rotte marine, permise anche di riprendere a pieno ritmo i traffici; per cui le prime case costruite sul lido di Acciaroli tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento erano anche adibite a depositi e si distinguono ancora oggi perché a fianco dell’ingresso principale recano il torrino di difesa con le feritoie. In seguito questi torrini, passato il pericolo dei briganti, vennero usati come bagni con sottostante pozzo nero, o anche adibiti a colombaia; rappresentano tuttora, ricorda Amedeo La Greca, una nota pittoresca di alcune abitazioni e un bene architettonico da salvare e valorizzare. Non lontano erano infatti i tempi dei pirati, il cui ricordo era rimasto vivo nel popolo; e già riprendeva con maggiore vigore il brigantaggio, mai completa-mente sopito, soprattutto durante i fatti che portarono alla Repubblica Partenopea e poi durante il periodo francese. Quelle case, costruite in genere con pietre di mare, erano di proprietà degli abitanti abbienti dei paesi collinari; ma erano anche la dimora provvisoria di molti marinai e pescatori che di solito vi trascorrevano le giornate di cattivo tempo per attendere alla riparazione degli attrezzi per la pesca. Durante il periodo francese, ci ricorda l’amico Amedeo, ad Acciaroli stazionavano tre grosse barche da trasporto e quattro pescherecce, il che fa supporre già un discreto movimento di merci e numerosi addetti ai lavori, come marinai o semplici operai. Una realtà che andò via via allargandosi, tanto che nel 1829 troviamo che nello stato della popolazione di Cannicchio sono riportate ben 190 persone come pescatori e marinai: verosimilmente quasi tutte abitanti stabili del lido”

Riguardo al porto, alle imbarcazioni e al commercio necessita ricordare che”Nel XVIII secolo la marina di Acciaroli fu di peculiare riferimento per svariate imbarcazioni straniere. Il modesto porto acciarolese accolse diversi mercanti provenienti dall’Inghilterra, da Genova e dalle coste francesi. Parimenti le imbarcazioni locali trafficavano mercanzie con Malta e la Provenza e con le città di mare campane. Nei primi decenni del XIX secolo trovavano riparo ben sette imbarcazioni da traffico e da pesca di notevole stazza. Le barche da traffico erano tre (due da dieci tonnellate e l’altra da cinque), mentre quelle da pesca si aggiravano intorno ad una stazza inferiore (pari a tre tonnellate). Dall’isola siciliana le barche da carico importavano generalmente significative quantità di zolfo; le stesse confluivano ulteriormente presso le coste della Campania per rifornire fondamentale materiale da costruzione e calce alla città amalfitana, nonché altre tipologie di prodotti su richiesta delle ricche case della costiera. In merito al commercio nel Cilento risulta di esplicito interesse l’osservazione del prelato Giuseppe Volpe: “Il Cilento, limitato da ogni banda dal mare Tirreno, opportuna facilità porgeva ai suoi popoli di comunicare con ogni parte del mondo antico, e seguentemente coi paesi nelle rive del mediterraneo. E difatti, i menzionati porti, fin dai trascorsi secoli, influirono assaissimo ad accrescerne il commercio, cui quasi tutti cilentani, principalmente i velini e i pestani, si dedicavano, esercitando il loro traffico cogli Egiziani, co’ Fenici, e con altri popoli delle ricche contrade dell’oriente. Ma colla decadenza delle antiche città di Pesto e di Velia, vi decadde insieme i vicini e i lontani. Prima del 1799 v’erano legni che trafficavano a Malta, in Toscana, nel Genovesato ecc. Al presente non frequentano che Napoli, Amalfi, Salerno e Castellammare”. I viaggiatori si contavano numerosi nell’età moderna. Alla crescita della mobilità delle persone si legò l’aumento delle motivazioni alla base di svariati spostamenti che in lungo e in largo si registrarono su tutto il territorio nazionale. Occasioni prioritarie di viaggio risultarono quelle inerenti la fede, il commercio e la necessità individuale di ampliare le conoscenze. Ma mentre in diversi ambiti della penisola il viaggio e la breve permanenza si concepivano come piacere e istruzione e interessavano peculiarmente ecclesiastici e nobili di alto rango, nel Cilento si concentrava una rara presenza esclusivamente temporanea. Fra queste si contavano nel 1858 presenze provenienti dai centri abitati viciniori e interessate a soste quotidiane o, raramente, dietro affittanza di locali per qualche settimana, per godere il buono e limpido mare nel periodo estivo. Ma come si raggiungeva, in Età Moderna, l’approdo di Acciaroli? I mezzi di locomozione rimanevano ancora parzialmente quelli medievali: ci si spostava a piedi per due ordini di motivi: povertà o devozione, con l’uso del carro, con il cavallo da sella (molto costoso e pertanto rarissimo) o con il più economico e popolare asinello; a dorso di somaro o mulo, per le vie di montagna, ci si portava trottando trottando alla bella marina. Erano questi i mezzi di trasporto più popolari. Altri, invece, per motivi di viaggio turistico o per traffico di mercanzie, utilizzavano le vie del mare, molto più sfruttate rispetto ai vecchi percorsi del Cilento interno. La carrozza, spuntò soltanto dopo il 1550, restava anche dopo la prima metà dell’Ottocento riservata alla permissività esclusiva della classe abbiente.

Nella marina si comincia a parlare di primi bagnanti… L’elemento che permette oggi di poter parlare di bagnanti nella località di Acciaroli, a partire dalla metà del XIX secolo, è individuabile negli atti di un processo svoltosi a Pollica nel 1859. Da una deposizione circa un violento atto consumatosi nei pressi dell’approdo, dalla banda di Michele Notaro, così leggiamo: “Nell’estate scorsa tale comitiva nel mezzo giorno si portò nella marina di Acciaroli, si prese Antonio Marano, lo trasportò fuori la marina, e l’uccise; e tanto fu ivi lo spavento, che quante persone vi erano per i bagni, se ne andarono tutte via”.

foto storiche acciaroli

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