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Ernest Hemingway e il suo soggiorno ad Acciaroli

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Pubblicato il 15/03/2015

Hemingway in Acciaroli, oltre che a Cuba e in molte località europee, ha delineato il suo profilo di uomo e di scrittore.

A ricordarlo sempre era zio Antonio, detto ‘u Viecchiu (il Vecchio). Egli, infatti, ebbe modo personalmente di stringere un rapporto di amicizia con lo scrittore americano. Il narratore, in occasione del passaggio della V armata U.S.A. del generale Clark alla quale apparteneva, ebbe occasione di vedere Acciaroli per la prima volta, nonché di essere attratto dalle sue bellezze.

Nei primi anni del 1950 lo scrittore ritornò ad Acciaroli (dal 1950 al 1953 Ernest Hemingway è in Italia e viaggia tra Venezia, Cortina e altre città), allora piccolo e semplice borgo di superba bellezza, desioso di vita che, con le sue case, come perle distese sugli scogli, incrostate di salsedine, inumidite dalle onde spumose e inebriate dal fresco profumo della fauna marina, riusciva a fornire caratteristiche fiabesche. Questo paese è oggi punto di riferimento di un turismo di massa che lo assale solo nei due mesi estivi; è un centro che con le sue strutture (ad eccezione del porto, delle spiagge e del mare) non fornisce, malauguratamente, tutte le risposte alle esigenze turistiche, ma conserva, sicuramente nel suo passato, avvenimenti di rilevante interesse culturale.

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Qui, un giorno, giunse da lontano uno scrittore dal whisky facile, troppo curioso per i gusti degli uomini di mare, che alla fine però riuscì simpatico con la sua generosità; a quei tempi un sorso di buon secco era tanto.

E fu così che zio Antonio ‘u Viecchiu stabilì un cordiale rapporto con il grande scrittore. “Era un uomo che non faceva mai niente; si metteva sotto le giovani palme sul piazzale antistante la chiesetta, guardava il mare verso la Licosa e scriveva con a fianco la bottiglia e camminava scalzo come tutti noi, da me voleva sapere tante cose”. Così lo ricordava zio Antonio. “Egli, -sosteneva- amava il mare e quanti lo affrontano per guadagnarsi il pane per sopravvivere. Zio Antonio, ‘u Viecchiu, trascorreva intere giornate a largo, lontano dalla sua famiglia come Santiago ed era magro e scarno ed aveva rughe accentuate alla nuca. Il Vecchio sulle guance aveva le chiazze del cancro della pelle, provocati dai riflessi del sole sul mare tropicale. Le chiazze scendevano lungo i lati del viso e le mani avevano cicatrici profonde, ma nessuna di queste era fresca. Erano tutte antiche come erosioni di un deserto senza pesci. Tutto in lui era vecchio tranne gli occhi che avevano lo stesso colore del mare ed erano allegri ed indomiti.

Antonio Masarone, è rimasto così fino a prima di morire; è rimasto esattamente come lo scrittore descrive Santiago nel suo piccolo capolavoro che si costituisce di una storia semplice e tragica nello stesso tempo; giovane con i suoi occhi pieni di storia quotidiana e colmi di vita come il mare, quel mare che ha guardato fisso e gli ha narrato il passato con avvenimenti di un personaggio che pescava su una barca a vela nella corrente del golfo per decine e decine di giorni senza prendere pesce. E di questo personaggio, Zio Antonio, sentiva di avere la mente ed il cuore, in esso, il vecchio pescatore acciarolese, s’impersonava facilmente perché anche suo.

ernest hemingway

scrittore
Ernest Hemingway quando fu ad Acciaroli alloggiò per un periodo all’albergo La Scogliera, in Via Federico Piantieri, nei pressi dell’allora piccolo approdo. Solo successivamente decise di fittare una piccola abitazione, di fianco alla chiesa, nelle immediate vicinanze della torre, posta sugli scogli e aperta al mare. La causa del suo trasferimento ci assicurò Masarone, quando ancora era in vita, fu certamente il suo continuo e smisurato bere. Il vecchio e il mare è una storia semplice come i pescatori del Cilento che narra l’esperienza di due personaggi: il pescatore Santiago e il grande pescespada, simbolo della grandezza e libertà naturale, che si trovano coinvolti in una cruda lotta nel mare furioso del golfo e che dura per ben tre giorni; alla fine è Santiago ad averla vinta sulla bestia che non riuscirà mai a condurre in porto. Il vecchio e il mare è il documento di un tempo che riecheggia e vede il perpetuarsi della situazione del vincitore sconfitto. E’ la dimostrazione veritiera di come, anche in tempi passati, l’uomo si è sforzato ad affrontare il destino avverso e solo per il suo sforzo è riuscito a godere della vittoria nella sconfitta.

il vecchio e il mare
Quando il romanzo fu pubblicato nel 1952, Antonio Masarone aveva cinquant’anni; egli lo lesse riconoscendo suo il contenuto, le esperienze di una dura esistenza vissuta sul mare, quel mare che fino a quando era in vita guardava con gli occhi bruciati dal sole e che segnava i battiti del suo passato, dei suoi più tristi che lieti ricordi e che, con la sua storia, colpì, quasi sicuramente, un uomo grande e sensibile, un amico che parlava un’altra lingua come Ernest Hemingway.

‘U Viecchiu – ebbe a dire il De Marinis, un collega giornalista, in un interessante servizio su Bell’Italia, nell’agosto dell’86, – gode di grande ammirazione tra la gente del posto. Perché è il più anziano di tutti. Perché ha visto tante tempeste in mare e nella vita. E perché per molti mesi è stato amico dello scrittore americano, che qui ha trascorso lunghi periodi. Amico, certamente, come chi non parla la stessa lingua, ma capisce quella delle sensazioni e dei sentimenti e non deve parlare.. .”

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E così lo ricordava ancora Zio Antonio: “Drink, Tony, drink!, mi diceva sempre e io non sapevo che fosse scrittore, per me era un americano, strano e un pò bizzarro, che beveva molto e scriveva tanto. Mi chiedeva dei pesci e passava lunghe ore a guardare come rammendavo le reti, seduto per terra, scalzo. Veniva alla barca, quando la sera tornavo dalla pesca e mi faceva ancora domande o guardava i pescespada che prendevo con cernie e grandi spigole. Poi mi offriva da bere. Per me quello era un periodo terribile. Avevo perso mia moglie e dovevo crescere cinque figli. Mi ubriacavo spesso per sentirmi un pò felice”. Allora andavo a pesca col ballaccone (il fiocco della vela latina in dialetto) e l’antenna (picco), non c’erano porti da Salerno a qui e tiravamo le barche a terra con le funi. Quando soffiava tramontana si rischiava di finire in Calabria o portati al largo. La prima barca la pagai quindici lire, la seconda duecento lire. Ho iniziato a pescare da piccolo, quando avevo sei anni; qui non c’era niente, solo qualche casa, tanta campagna e tanto mare. Oggi girano più soldi, il porto è nuovo, ma non è come prima. “Con lo scrittore americano bevevamo molto; la mattina dopo, lui scriveva e io andavo a pescare…Una volta pescai un pesce pappagallo di quattro quintali, dovetti rimorchiarlo e quando arrivai a terra qualcuno pensò che avessi preso un mostro marino”.

“Tutti – notava Fabrizio De Marinis -, ricordano ad Acciaroli che ‘u Viecchiu aveva la caratteristica dei capelli bianchi fin da giovane, come fosse un pò albino. Quando Hemingway lo conobbe aveva passato da poco mezzo secolo di vita. Doveva essere come Spencer Tracy, al quale assomigliava tantissimo, l’attore che poi impersonò il vecchio Santiago nel film di Freddy Zinnemann.

La figura del vecchio Antonio Masarone, prototipo per eccellenza del pescatore cilentano, al di là della verità strettamente connessa agli elementi di ispirazione hemingwayani, sollecita un raro fascino e pratica facilmente un richiamo alla prosa Il vecchio pubblicata nel volume Il canto dei poveri:

“Il Cilento conta calanchi aperti al mare odoroso di “lippo”, taglienti e nere scogliere; arenili infuocati: letti di sole, colata d?oro; ridenti figlie in marino pentagramma. Il Cilento, ginestreto folto che avanza nell’aria di giovane estate e graffia l?aria con sottili verdi rami, ha respiro vergine alla risacca nel pulito, immobile mattino. Il Cilento s?insaporisce di avventura e fierezza, partorisce libertà verso il Mare di Hemingway. Calante addiviene il paese e nell’aria si toccano scalcinate case in veste ora tenue, ora fresca d’esperidio e, in comunanza, portano bellezza d’ostrica perlifera. Il Cilento porta gli occhi nel grave silenzio del pensiero e carezza marosi con perdute pupille senza tempo, sole antimeridiano invade solitudine e vanno al mezzogiorno scarsi suoni ondosi di frangiflutti in alternanza. Darsena spazia fiocchi di vele latine e picchi, normanna difesa, salsedine alla pelle di sole, alle braccia grinzose, alle facce rugose. E compare, invaso di mattino, indomito nell’azzurro ancestrale marino, il vecchio; in fedele, maritato silenzio conta l’onda e, coraggioso e nobile, opulento di storia, non sogna tempeste. Lenze senza vele nella sera e occhi di mare sconfinano tempo. Invadono le ore ancora grandi silenzi e fecondano rari pensieri. La misura dello sforzo reca vittoria alla sconfitta. Veleggiare di tempo ha voltata di fatica, mette amarezza, bagna pupille di mare. Si posa la luna nel cielo del cuore muto e senza fiato. Altro sole di poveri sconfina perimetro di nottata e il Cilento in allegrezza mette l’alba”.

Piace a chi scrive, comunque, per ragioni di pura affettività campanilistica, poter credere che il romanzo “Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway, possa essere stato ispirato, in maniera esclusiva, dal vecchio Masarone di Acciaroli. Ma vestendo la toga dell’avvocato del diavolo, esigenza che scaturisce dalla necessità di valutare a rigor di logica e nel rispetto della verità, si arriva a sostenere la difficile probabilità di detta esclusiva ispirazione. Rileggendo il romanzo emergono, tra i diversi riferimenti, i seguenti elementi: “..I pescatori fortunati di quel giorno erano già rientrati e avevano già squartato i loro marlin..” E qui, in nota, si chiarisce l’entità di questo pesce: un pesce spada del genere Makair, che frequenta le coste atlantiche. Come è evidente lo stesso scrittore si riferisce a una tipologia di pesce spada caratteristica delle coste atlantiche. E poi descrivendo la capanna ove fu poggiato l’albero: “La capanna era costruita con scaglie dure di palma reale, quelle che chiamano guano, e dentro vi era un letto, una tavola, una sedia e una zona sul pavimento di terriccio dove cucinare con la carbonella. Sulle pareti brune fatte con le foglie piatte, sovrapposte, del guano resistente e fibroso, vi era una fotografia a colori del Sacro Cuore di Gesù e un’altra della Vergine di Cobra. Erano ricordi della moglie. La Vergine di Cobra nel Cilento è una intitolazione mariana inesistente, sconosciuta. E ancora: “..Allora vivi a lungo e riguardati – disse il vecchio. – Che cosa si mangia? – Riso e fagioli, banane fritte e un pò di stufato- “. Nel Cilento e nella minuta borgata di Acciaroli in quegli anni non sarà stato facile reperire banane, ma indipendentemente da ciò non rientrava né allora, né oggi l’uso di friggerle per allestire una pietanza. E poi: ..”Lo so. Ma questa è in bottiglia, è birr Hatuey, e devo portare indietro le bottiglie”, non era sicuramente reperibile in tutto il Cilento, in quel periodo, questo tipo di birra. E ancora: “Poi si guardò alle spalle e vide che la terraferma era scomparsa. Non importa, pensò. Posso sempre rientrare con le luci dell’Avana “. Avana è la capitale di Cuba ove, tra l’altro, si confezionano i sigari omonimi. Questi e diversi altri riferimenti ci inducono a pensare, con onestà intellettuale, che Santiago, protagonista del romanzo, non possa essere stato ispirato dal pescatore Masarone in maniera unilaterale ed esclusiva. La scenografia del romanzo è sicuramente di natura cubana. Occorre ulteriormente segnalare che lo stesso Hemingway, poco lontano dall’Avana, possedeva la fattoria Finca Vigia. L’amore per i racconti della gente di mare lo portavano un pò ovunque a sollecitare conversazioni con svariati pescatori. Niente di più facile che la sua sosta acciarolese e la relazione d’intesa amicale con il Masarone possano essere state esperienze utili allo scrittore ai fini documentativi. Non ci sentiamo però, d’altra parte, di escludere pienamente la possibilità ispirativa dell’Autore, così come, invece, risulta esplicita la nostra determinazione, frutto tra l’altro dell’analisi testuale, nell’affermare che la suggestività del paesaggio narrativo resta indiscutibilmente connessa alla tipologia ambientale di Cuba. Si muove a sostegno della tesi in contrasto all’ispirazione di Santiago legata al vecchio Masarone, Fernanda Pivano, che nel marzo del 1972 così affermava: “In realtà l’idea di questo libro ronzava nella sua mente (nella mente dell’Autore) da una ventina d’anni: a parte una lettera del 7 febbraio 1939 a Maxwell Perkins in cui Hemingway disse di essere molto stimolato dalla storia di un antico marinaio che viveva a Casablanca sulla costa orientale del porto di Havana, alcuni ricordavano un pezzo del 1936 che quasi faceva da materiale grezzo al romanzo diventato famoso: un vecchio che pescava da solo in un’imbarcazione fuori delle cabane catturò un grande pesce spada che tirando la pesante cima condusse l’imbarcazione verso il mare aperto. Due giorni dopo il vecchio fu raccolto dai pescatori a 60 miglia verso est, con la testa e la parte anteriore del pesce legate lungo la barca. Ciò che rimaneva del pesce, meno della metà, pesava 800 libbre. Il vecchio era rimasto col pesce un giorno e una notte, un altro giorno e un’altra notte mentre il pesce nuotava e tirava la barca. Quando era venuto in superficie il vecchio aveva accostato la barca e lo aveva arpionato. Mentre era legato lungo la barca i pescicani lo avevano azzannato e il vecchio li combatté da solo dalla sua imbarcazione nella Corrente del Golfo, prendendoli a mazzate, a coltellate, colpendoli con un remo, finché fu esausto e i pescicani ebbero mangiato tutto quello che potevano contenere. Quando i pescatori lo raccolsero piangeva nella barca, quasi impazzito per la perdita, e i pescicani stavano ancora nuotando in giro alla barca. Un riassunto sommario del libro non si scosta molto da questa scaletta professionale. Santiago è un vecchio pescatore cubano molto povero. Nella sua vita ha un solo affetto: un ragazzino che lo accompagna alla pesca. Ma da molto tempo la pesca è sfortunata e i genitori del ragazzino non vogliono più che vada con questo vecchio che da 82 giorni non è riuscito a pescare nemmeno un pesce, così l’83° giorno il vecchio prende il mare da solo. Un enorme pesce spada abbocca all’ amo. Dopo una lotta terribile di tre giorni il vecchio ha la meglio sul pesce e riesce ad attaccarlo morto alla barca; ma quando si dirige verso terra i pescicani nonostante i suoi sforzi per scacciarli divorano lentamente tutto il pesce. Quando Santiago rientra nel porto completamente sfinito, del pesce non resta che la testa e la lisca”.

E’ sicuro che Hemingway con il vecchio Masarone ha avuto lunghi e appassionati confronti intorno ai temi del mare, della pesca e della diretta esperienza dello stesso pescatore acciarolese. Appunti e prime stesure di un romanzo, fuori dal comune, avranno avuto luogo, molto probabilmente, anche in Acciaroli, (“Si metteva seduto ai piedi delle palme del porto con a fianco la bottiglia, scriveva e guardava la Licosa”). In realtà Hemingway avrà considerato questo romanzo nel corso della sosta acciarolese del 1952 e non certo quando sbarcò con la V armata statunitense nel 1943, in quella circostanza non avrà avuto di certo la serenità di pensare ad alcun tipo di stesura narrativa. Proprio nell’anno di permanenza acciarolese, stranamente, nel dicembre del 1952, Hemingway, pubblicò per i tipi della Scribner’s Sons di New York il suo romanzo The Old Man and the Sea.

Questo è uno dei pochi dati certi che ci porta a valutare la probabilità di un certo condizionamento ispirativo hemingwayano e a rovesciare la tesi della Pivano, ma torna a nostro convincimento l’esclusiva intesa in termini documentabili da parte dell’Autore sul quadro psicologico e intorno alla dinamica esistenziale del pescatore protagonista. Il romanzo poi, per altri aspetti, come l’ambiente narrativo, risulta esclusivamente connesso alla realtà cubana.

panorama foto storica di Acciaroli

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